Storia dell’aglio

Come già descritto nelle altre sezioni, l’origine dell’aglio  (Allium Sativum) è molto incerta. Oggi si considera l’aglio un punto di riferimento della cucina e della medicina, viste le sue proprietà peculiari e benefiche sia in cucina che nella medicina.  Ne sono state trovate tracce un po’ ovunque, dalla Siberia alla Calabria, dalla Sicilia al nord Africa,  nell’Asia centrale in particolare nel deserto del Kirghisi fino all’India, dove, peraltro, ancora oggi cresce in modo spontaneo.  Usato dai popoli antichi soprattutto come farmaco o come prodotto da utilizzare in riti magici, in diverse epoche e luoghi del mondo se ne trovano testimonianze.

Sappiano con sicurezza che esso era già utilizzato dagli Egizi e dai Sumeri, circa 4000 anni fa, e che è menzionato anche nella Bibbia  quando si parla dell’esodo “il bene più prezioso lasciato dagli Ebrei durante la fuga dall’Egitto”,  infatti giunti nella terra promessa introdussero l’uso dell’aglio come condimento.

La prima testimonianza scritta certa sull’aglio si trova nel codice Ebers, papiro medico egizio che risale al 1550 a.C, che  cita l’aglio come rimedio formidabile per ventidue preparazioni diverse: fonte di energia e un rimedio efficace contro i dolori e le punture di insetti. Nonostante i faraoni preferissero astenersi dall’aglio, cibo sgradito alle divinità, veniva somministrato agli schiavi addetti ai lavori pesanti per aumentarne la resistenza fisica e godeva dello status di pianta sacra (Erodoto – 490-424 a.C. – “schiavi nutriti con un pezzo di pane uno spicchio d’aglio e mezza cipolla”). Inoltre una collana d’aglio veniva fatta indossare ai bambini per permettere loro di proteggersi dai parassiti intestinali. Con la stessa collana si accertavano della fertilità delle donne. Sempre in Egitto sono stati trovati resti di aglio nella tomba di Tutankhamon e lo stesso prodotto viene citato anche nelle iscrizioni della piramide di Giza. Nell’antico Egitto gli adoratori di Sokar (una divinità degli inferi) si adornavano con ghirlande di aglio. I risultati della medicina egiziana, rielaborati per eliminare formule e riti magici, furono ripresi anche  dai Greci, tra cui Ippocrate di Cos (460-377 a.C.). Gli stessi Greci che facevano sport consumavano aglio prima delle competizioni. I Greci chiamavano l’aglio col nome dispregiativo di “rosa fetida”. Nell’antica Grecia era considerata una pianta degli inferi e dedicata ad Ecate, dea degli spiriti e colei che accompagnava i morti nel regno dei morti. Nel X Canto dell’Odissea, Mercurio esorta Ulisse ad utilizzare l’aglio per le sue virtù protettive contro i filtri magici della Maga Circe. Il grande medico di quei tempi, Galeno, ci ha tramandato che l’aglio era il toccasana del contadino, mentre il collega Dioscoride lo considerava ottimo tonico, curativo dell’asma diuretico, antiveleno,  vermifugo, contro l’ itterizia, il dolore di denti ed le eruzioni della pelle. In Grecia nonostante l’appellativo di “fetido”  il pane era abitualmente aromatizzato con l’aglio. Sperimentato anche da Ippocrate (V secolo a.C. – fondatore della medicina moderna) durante i suoi studi.

Nella Roma Imperiale veniva largamente utilizzato sia da contadini che da soldati. Infatti l’aglio era distribuito nelle legioni dei soldati per prevenire le infezioni e per esaltare le “virtù” maschie delle truppe: dalla foga per il combattimento al disprezzo per la paura; per questi motivi i romani ne fecero un pianta sacra a Marte, dio della guerra. Nella antica Roma l’espressione latina “allium olere” (che significa puzzare d’aglio) si usava per indicare coloro che appartenevano ad una classe sociale più bassa. I Romani ne fecero una pianta sacra a Marte e furono i primi a diffonderlo in Europa e a renderlo noto anche tra le popolazioni barbare, che fino al loro arrivo non lo conoscevano. “Allium sativum” viene menzionato intorno all’anno 100 da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” e nelle opere di Terenzio Varrone, Ovidio e altri autori dell’epoca romana.

Nel Medioevo a queste già numerosi attribuzioni se ne aggiunsero altre: la facoltà di guarire le febbri, la sordità, gli sbocchi di sangue e altri malanni ancora e soprattutto come antidoto nella lotta contro la peste. Nei Capitolari, Carlo Magno rese obbligatoria la coltivazione dell’aglio.

Dal Medioevo deriva la superstizione per la quale non c’era capanna o stamberga che non esponesse una corona d’aglio per tener alla larga spiriti malvagi, sortilegi e demoni. Nella tradizione napoletana serviva a proteggersi dalle streghe. Quando la peste fece la sua comparsa distruttiva in tutta l’Europa, l’aglio divenne un ingrediente prezioso e ricercato anche dai medici, che pensavano fosse l’unico rimedio per contrastare l’avanzata del morbo e guarire la febbre e i bubboni provocati dalla malattia. Il buon Enrico IV, è appurato, fu battezzato con uno spicchio di aglio in bocca e con un sorso di vino di Juracon. Egli era famoso per le sue conquiste femminili e prima di cimentarsi nelle sue imprese non mancava mai di mangiare un grosso spicchio di aglio preferibilmente a digiuno.
Con il Rinascimento, aglio e cipolla, riconosciuti essenzialmente per le qualità fitoterapeutiche, a poco a poco vennero allontanati dalle cucine delle corti perchè il loro profumo era ritenuto troppo plebeo e volgare per le narici, i palati raffinati dei nuovi Signori. Troviamo la pianta citata in un manoscritto del XVI secolo, l’ “Erbario di Urbino”: una preziosa raccolta di ricette che uniscono medicina popolare a conoscenze empiriche sulle virtù terapeutiche delle piante, il cui autore è anonimo. Il manoscritto, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, riporta le virtù di altre 62 piante medicamentose tra cui l’aglio stesso. La scuola salernitana, allora massima esponente della medicina occidentale, suggeriva e pubblicizzava l’aglio nelle sue “regole” come rimedio anche contro i veleni. Infatti i medici di quell’epoca quando si recavano in visita ai malati si coprivano con una maschera, una specie di becco d’uccello, al cui interno venivano inseriti gli spicchi di aglio e spezie per difendere il guaritore dal contagio.

In epoca Rinascimentale l’aglio, insieme alla cipolla, invece rimane unicamente come farmaco terapeutico-fitoterapico, mentre viene quasi del tutto abolito come condimento da cucina dalle classi nobili a causa del cattivo odore che procurava all’alito. Le classi contadine, invece, continuarono a godere del piacere di cucinare piatti gustosi e saporiti. Nel 1858 è Pasteur che, invece, lo descrive accuratamente e scientificamente come potente antibiotico. Nel 1918 durante “la spagnola”, una terribile influenza che colpì l’Europa, in molti paesi si usò la pianta per arginare l’epidemia. Ma nel corso della storia l’aglio è stato utilizzato per combattere le epidemie di tifo, la tubercolosi e perfino il colera.

Va citato che il Premio Nobel per la Pace Albert Schweizer, in assenza di medicinali e strutture adeguata, lo somministrava all’inizio del 1900 abbondantemente tra le popolazioni africane più disagiate per combattere e tamponare la dissenteria.

Fu usato in enormi quantità per disinfettare le ferite dei soldati in guerra nelle trincee della prima guerra mondiale, e si può ancora usare per preparare garze antisettiche per ferite e piaghe ulcerose, ed è stato ed è tuttora usato per le infezioni delle vie respiratorie.

I taoisti sostengono che è una pianta che nutre i demoni e non lo mangiano così come si sostiene che chi si avvicina alla strada dello Yoga, deve evitare l’aglio.